Delocalizzazione virtuale e smartworking: l’indagine Coface

L’indagine svolta da Coface offre una panoramica circa l’approccio aziendale post-covid a lavoro. Rischi e opportunità offerte da delocalizzazione virtuale e smartworking.

Un nuovo modo di fare lavoro quello che si è affermato nel corso dell’emergenza sanitaria. Infatti, da inizio pandemia è proprio il lavoro da remoto ad essersi imposto alla nuova normalità. E’ in questo clima di cambiamento che ci si domanda come le aziende approcceranno il post-pandemia. Infatti, il nuovo approccio lavorativo potrebbe dare la possibilità alle aziende di assumere talenti in smartworking nei paesi emergenti, riducendo così il costo del lavoro.

Il panorama lavorativo post-pandemia

Secondo l’indagine Coface, si stima che il numero totale di posti di lavoro in smartworking (nelle economie a reddito elevato) sia attorno ai 160 milioni, mentre il numero di lavoratori a distanza potenziali (nelle economie a basso e medio reddito) si avvicina ai 330 milioni. Inoltre, Coface ritiene che si potrebbe risparmiare il 7% sul costo del lavoro laddove 1 lavoratore su 4 fosse delocalizzato in smartworking.

Nello specifico, per le economie emergenti quali India e Indonesia, ma anche Brasile e Polonia, le delocalizzazioni potrebbero essere un ottimo pretesto di sviluppo. In particolare, i protagonisti di questo nuovo fenomeno potrebbero distinguersi per:

  • il capitale umano;
  • la competitività del costo del lavoro;
  • l’infrastruttura digitale;
  • il contesto imprenditoriale.

Al contempo però, tale tendenza potrebbe essere una lama a doppio taglio. Infatti, se da un lato è potenzialmente favorevole per le economie emergenti, è anche vero che potrebbe minacciare la stabilità politica nei paesi avanzati.

La tentazione della delocalizzazione virtuale

Se è vero che grazie allo sviluppo della globalizzazione l’attività industriale del valore mondiale è stata una delle principali varianti di crescita della produttività, è anche vero che negli ultimi anni, i benefici di produttività e rendimento sono diminuiti.

In particolar modo, per ottenere vantaggio competitivo, le imprese saranno sempre più tentate a delocalizzare l’attività produttiva usufruendo dello smartworking dove il costo della manodopera è basso. Infatti, è questo quello che è accaduto per i servizi IT o i call center.

Secondo i dati recenti, In Europa, circa il 40% dei lavoratori durante il primo lockdown ha svolto la propria attività in remoto a tempo pieno (secondo semestre 2020). Proprio grazie al consenso e all’incremento di produttività dei propri dipendenti, le imprese sono sempre più attratte dall’idea di una manodopera virtuale parzialmente globalizzata. Negli Stati Uniti, le aziende disposte ad assumere lavoratori a tempo pieno con sede all’estero è aumentata al 36%, contro il 12% prima della pandemia

Smartworking e delocalizzazione digitale

In un sondaggio svolto su lavoratori statunitensi ad ottobre 2020, il 62 % dei laureati ha dichiarato che il proprio lavoro potrebbe essere svolto a distanza. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, solamente il 13% degli impieghi nei paesi emergenti potrebbero essere svolti in smartworking, contro il 27% nei paesi ad alto reddito. 

Questo implica che non tutte i lavori possono essere virtualmente delocalizzati, in quanto molte attività necessitano di intervento in loco o di contatto personale con i clienti. Ma non solo, in quanto per le realtà industrializzate, la delocalizzazione potrebbe creare tensioni geopolitiche e crescenti problemi di sicurezza informatica.

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