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Allianz China Life: prima assicuratrice Vita straniera in Cina

Allianz China Life ottiene l’approvazione dal regolatore cinese, diventando così la prima compagnia assicuratrice Vita ad operare in Cina con azionario totalmente straniero.

Coface analizza la relazione commerciale tra Cina e Australia

Coface prevede che il PIL australiano tornerà al livello del 2019 già quest’anno, malgrado emergano crescenti preoccupazioni di una escalation delle tensioni bilaterali tra Australia e Cina

Studio Coface sulle imprese in Cina: i ritardi di pagamento aumenteranno ulteriormente a causa del COVID-19

In Cina, in un contesto di attività economica debole a causa della crisi sanitaria, l’ultimo studio Coface sul comportamento di pagamento delle imprese cinesi evidenzia un forte deterioramento dei pagamenti

Il 66% delle imprese intervistate ha dichiarato ritardi di pagamento nel 2019. Nel 2019, la durata dei tempi di pagamento è rimasta stabile a 86 giorni. Tuttavia, i settori maggiormente colpiti dalle misure di confinamento dovranno posticipare i pagamenti per poter sopravvivere nel 2020 e di conseguenza il numero delle insolvenze d’impresa è destinato ad aumentare.

Ritardi di pagamento: le imprese cinesi si preparano a un 2020 molto più difficile, poiché in alcuni settori si accumulano i rischi di liquidità.

La crescita in Cina crollerà all’1,0%, il livello più basso da 30 anni. Tenuto conto della correlazione storica tra attività economica e ritardi di pagamento, si prevede un aumento dei ritardi nel 2020.
Mentre i tempi di pagamento medi sono rimasti stabili a 86 giorni nel 2019, la percentuale di rispondenti che offrono termini medi superiori a 120 giorni è quasi raddoppiata in due anni, passando dal 12% nel 2017 al 23% nel 2019. In pratica, il 50% delle imprese intervistate ha offerto termini di pagamento superiori a 120 giorni.

In Cina, anche i ritardi di pagamento hanno subito un peggioramento nel 2019: la percentuale di imprese che ha registrato ritardi di pagamento superiori a 120 giorni ha raggiunto infatti il 37% nel 2019, ovvero 6 punti in più rispetto al 2018. Inoltre, più di un quarto delle imprese (27%) ha dichiarato ritardi di pagamento prolungati (oltre i 180 giorni) il cui ammontare supera il 10% del loro fatturato annuo. Quando questi volumi incidono in misura rilevante sul fatturato annuo, la liquidità di un’impresa può essere a rischio, aspetto preoccupante in caso di shock esogeni come nel caso del COVID-19.

Settori con il più alto rischio di insolvenza: costruzioni, trasporti, energia, automotive e TIC
Si prevede un incremento di default delle obbligazioni delle imprese e di insolvenze nei settori che hanno assistito ad un accumulo dei rischi di liquidità nel 2019. I settori in cui è più elevata la percentuale di ritardi prolungati (il cui ammontare supera il 10% del loro fatturato annuo) sono le costruzioni (30%), i trasporti (30%), l’energia (29%) e l’auto (28%). In seguito ai problemi causati dalla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, il settore delle TIC – tecnologie della comunicazione e dell’informazione – ha registrato l’incremento più forte dei tempi di pagamento (+12 giorni) raggiungendo i 102 giorni. Tutti i settori sono esposti a questi rischi, ma quelli entrati nella crisi in posizione di forza, con una liquidità sufficiente, hanno maggiori possibilità di restare in attività.

In effetti, le imprese potrebbero trovarsi in una posizione più debole rispetto all’anno scorso per resistere all’impatto dello shock del COVID-19: il 40% ha dichiarato di non essersi servito di strumenti di gestione del credito per limitare i rischi di liquidità nel 2019, mentre soltanto il 17% ha fatto ricorso all’assicurazione del credito.

Nota: lo studio 2020 di Coface sui pagamenti delle imprese ha interessato oltre 1.000 imprese in Cina; i dati sono stati compilati nel quarto trimestre 2019, pertanto i numeri non tengono conto dell’impatto dell’epidemia da COVID-19 sull’economia cinese.

Barometro Coface 1° trimestre 2020 COVID-19: verso un’inaspettata ondata globale delle insolvenze

Inizialmente, l’epidemia di COVID-19 in Cina aveva colpito un numero contenuto di filiere, ma poi si è trasformata in pandemia mondiale le cui ripercussioni hanno generato un doppio shock di offerta e domanda, colpendo un ampio numero di settori di attività in tutto il mondo. L’unicità di questa emergenza rende superfluo il confronto con quelle precedenti, poiché tutte di natura finanziaria (crisi mondiale del credito del 2008-2009, la grande depressione del 1929). La questione non è più sapere quali saranno i Paesi e i settori di attività colpiti da questo shock ma piuttosto quali (pochissimi) verranno risparmiati.
Lo shock potrebbe essere ancora più duro nelle economie emergenti: oltre alla gestione della pandemia che si annuncia più difficile, devono far fronte anche al crollo dei prezzi del petrolio, così come ai deflussi di capitali quadruplicati rispetto al livello del 2008.
In questo contesto, Coface prevede nel 2020 la prima recessione dell’economia mondiale dal 2009: -1,3% (contro +2,5% nel 2019), una recessione che colpirà 68 Paesi (contro gli 11 del 2019), un calo del commercio mondiale del 4,3% in volume (contro -0,4% nel 2019) e un incremento del 25% delle insolvenze d’impresa nel mondo (contro +2% previsto lo scorso gennaio).

L’aumento più forte delle insolvenze d’impresa dal 2009: +25% atteso nel 2020
Il rischio di credito delle imprese sarà in forte aumento, anche nello scenario “più ottimistico”, ovvero in cui l’attività economica ripartirà gradualmente nel 3° trimestre e non si verificherà una nuova ondata di epidemia di coronavirus nella seconda metà del 2020.
Questo trend dei fallimenti interesserà gli Stati Uniti (+39%) e tutte le principali economie dell’Europa occidentale (+18%): Germania (+11%), Francia (+15%), Regno Unito (+33%), Italia (+18%) e Spagna (+22%). Lo shock potrebbe diventare ancora più grave nelle economie emergenti: oltre a una gestione più difficile della pandemia, devono affrontare anche il crollo dei prezzi del petrolio e le fughe di capitali quadruplicati rispetto al livello del 2008.

Calo del volume degli scambi commerciali per il 2° anno consecutivo e possibile cambiamento della struttura degli scambi di beni tra Paesi
I rischi che pesano sulla previsione di un crollo del commercio mondiale del 4,3% in volume nel 2020 sono al ribasso, poiché i numerosi annunci di chiusura delle frontiere non sono stati presi in considerazione nel modello di previsione Coface (il modello si basa sui prezzi del petrolio, i costi del trasporto marittimo, la fiducia delle imprese manifatturiere negli Stati Uniti e le esportazioni coreane, quali variabili esplicative).
Nel lungo periodo, la crisi di COVID-19 potrebbe anche avere conseguenze sulla struttura delle filiere mondiali. Infatti, al momento la principale fonte di vulnerabilità delle imprese è la loro forte dipendenza da un numero ridotto di fornitori situati in pochi paesi o addirittura uno solo. Aumentare il loro numero per anticipare le possibili interruzioni nella catena di approvvigionamento sarà quindi la priorità delle imprese.

Colpita la maggior parte dei settori, sebbene alcuni vengano risparmiati
Per le imprese, le improvvise misure di isolamento per contenere l’espansone di COVID-19, adottate dai governi di oltre 40 Paesi che rappresentano più della metà della popolazione mondiale, hanno avuto conseguenze immediate.
Tali misure hanno determinato uno shock dell’offerta mai osservato nelle precedenti grandi crisi. Lo shock iniziale infatti, non è dovuto a una crisi finanziaria ma riguarda l’economia reale, in cui le persone non possono recarsi presso il luogo di lavoro e dove le imprese subiscono interruzioni nella fornitura di beni intermedi.
Turismo, hôtellerie, ristorazione, tempo libero e trasporti sono duramente colpiti; lo stesso vale per quasi tutti i segmenti della distribuzione specializzata e per la maggior parte delle filiere manifatturiere (ad eccezione dell’industria agroalimentare); altri settori di servizi invece, sono molto meno colpiti: telecomunicazioni, acqua e servizi igienico-sanitari.
Allo shock dell’offerta si aggiunge quello della domanda. Numerosi consumatori hanno annullato o rinviato le spese per il consumo di beni e servizi. A questo si aggiunge il fattore aggravante dell’isolamento che indebolisce la fiducia delle famiglie.
I beni di consumo durevoli, come l’auto, dovrebbero essere tra quelli maggiormente penalizzati da questa emergenza. Anche altre spese, come tessili e abbigliamento o l’elettronica, saranno probabilmente ridotte a quasi zero.
Dall’altra parte, i consumi di prodotti agroalimentari e farmaceutici dovrebbero beneficiare di questa situazione “eccezionale”.

Le conseguenze politiche della pandemia
Nel breve periodo, la conseguenza più evidente della pandemia è il peggioramento delle tensioni geopolitiche già esistenti. Non è da escludere il rischio di una nuova ondata di misure protezioniste, rivolte in particolare ai settori chiave nel quadro del nuovo ordine economico e sanitario (limitazione delle esportazioni di prodotti agroalimentari e/o farmaceutici ritenuti vitali). Anche il proseguimento della «guerra commerciale» tra Cina e Stati Uniti che interessa le filiere strategiche, in particolare l’elettronica, resta una possibilità, a maggior ragione tenendo conto della campagna presidenziale negli Stati Uniti e di un possibile aumento delle proteste sociali in uno di questi due paesi.
“Economia reale quasi ferma, ciclo della domanda e dell’offerta completamente rivoluzionato, consumi drasticamente calati: il contesto congiunturale che stiamo vivendo in queste ultime settimane rappresenta, di certo, un momento particolarmente delicato, con effetti sensibili”, sottolinea Ernesto De Martinis, CEO di Coface in Italia e Head of Strategy Regione Mediterraneo & Africa. “In particolare, saranno rilevanti alcuni principali impatti, come la crescita delle insolvenze d’impresa – che non risparmierà nemmeno l’economia italiana – il manifestarsi della prima recessione globale dal 2009 e l’acuirsi delle tensioni politiche internazionali, anche alla luce delle nuove priorità che l’emergenza sanitaria in atto sta ridisegnando”, aggiunge De Martinis.

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