ernesto de martinis

Coface analizza la relazione commerciale tra Cina e Australia

Coface prevede che il PIL australiano tornerà al livello del 2019 già quest’anno, malgrado emergano crescenti preoccupazioni di una escalation delle tensioni bilaterali tra Australia e Cina

Studio Coface sui pagamenti delle imprese in Germania nel 2020

Le imprese tedesche passano in «modalità crisi» e riducono i termini di pagamento

Secondo la quarta edizione dell’indagine Coface sui comportamenti di pagamento delle imprese tedesche, condotta tra luglio e inizio agosto 2020 con la partecipazione di 753 società, le aziende del Paese cercano di incassare i pagamenti nel più breve tempo possibile.

Il COVID-19 e le conseguenti ripercussioni sull’economia globale e tedesca sono il tema centrale dell’indagine. Dallo studio emerge che le imprese tedesche sono diventate più caute nel concedere dilazioni di pagamento ai propri clienti; complessivamente, un numero inferiore di aziende concede dilazioni di pagamento, e queste ultime si sono abbreviate, in alcuni settori anche drasticamente.

I principali rischi per le imprese esportatrici sono cambiati notevolmente: il rischio più serio lo scorso anno, la guerra commerciale USA-Cina, è diventato trascurabile nell’ambito dei rischi del 2020. Tre imprese su quattro hanno indicato il COVID-19 e i suoi effetti sull’economia globale e tedesca come rischio principale, insieme all’interruzione delle filiere di produzione in seguito alla pandemia. Tuttavia, rischi come la Brexit – presente nell’indagine Coface del 2017 – non sono svaniti e potrebbero diventare ancora più pressanti con una “No-Deal-Brexit” che incombe sul 2021. Pertanto, anche con prospettive leggermente migliori per il 2021, la Germania è ben lontana dall’uscita dalla “modalità crisi”.

Termini di pagamento: la liquidità prima di tutto

  • Solo il 62% delle imprese dichiara di aver offerto dilazioni di pagamento. Nei quattro anni precedenti, la quota di imprese intervistate che offrivano dilazioni di pagamento era oltre l’80%.
  • I termini medi di pagamento sono diminuiti di 3 giorni, passando da 37 giorni nel 2019 a 34 giorni nel 2020.
  • • I termini di credito a breve termine (da 0 a 30 e da 30 a 60 giorni) dominano il panorama imprenditoriale tedesco: metà delle aziende ha richiesto pagamenti fra 0 e 30 giorni.
  • • Il 100% degli intervistati nel settore delle costruzioni ha dichiarato di aver offerto termini di pagamento fra 0 e 30 giorni, portando il termine medio di pagamento nel settore al minimo di 15 giorni1.
  • • L’auto è il settore più generoso nel 2020, con un termine medio di pagamento di 43,8 giorni.
  • La variazione maggiore si registra nel settore farmaceutico, in cui i termini di pagamento hanno subito una riduzione di quasi 18 giorni, attestandosi a 31,7 giorni.

1 Considerando la categoria più bassa compresa tra 0 e 30 giorni, il termine di pagamento medio minimo è di 15 giorni nel sondaggio Coface

Ritardi di pagamento: le imprese incassano più velocemente

  • Il 68% degli intervistati ha registrato ritardi di pagamento nel 2020, rispetto all’85% nel 2019.
  • Il tempo medio di ritardo dei pagamenti è diminuito di quasi 2 giorni, da 37,7 giorni nel 2019 a 35,9 giorni nel 2020.
  • Le ragioni alla base dei ritardi di pagamento nel complesso sono principalmente legate a difficoltà finanziarie (48% nel 2020).
  • Il 9% degli intervistati ha indicato esplicitamente il COVID-19 come motivo principale dei ritardi di pagamento.
  • I tempi medi di incasso (DSO) si sono notevolmente accorciati di circa 9 giorni, da 65,8 giorni nel 2019 a 56,5 giorni nel 2020.

Prospettive economiche: 2020 – un anno di incertezza

  • Anche se i rischi preesistenti non sono svaniti e minacciano ancora l’attività delle imprese tedesche, il COVID-19 e suoi effetti sono un tema centrale in questo 2020, soprattutto per le imprese esportatrici.
  • Il 39% degli intervistati si aspetta migliori condizioni di business nel 2021 rispetto al 2020, mentre il 14% è pessimista per il 2021.
  • Tre aziende su quattro hanno indicato il COVID-19 e le conseguenze sull’economia globale o tedesca come il rischio principale, insieme all’interruzione delle filiere produttive in seguito alla pandemia.
  • Il 91% degli intervistati ritiene che il mercato domestico offra le maggiori opportunità di business (rispetto all’81% del 2019).
  • Un’azienda su due ha beneficiato degli aiuti di Stato, in particolare la cassa integrazione.

“I dati dell’edizione 2020 dell’indagine Coface sui comportamenti di pagamento delle imprese ci rivelano importanti trend”, sottolinea Ernesto De Martinis, CEO di Coface in Italia e Head of Strategy Regione Mediterraneo e Africa. “Da un lato, lo stato di crisi dell’economia nazionale, anche dovuta agli impatti della pandemia in corso, con un ricorso maggiore a termini di pagamento brevi. Dall’altro, previsioni leggermente positive per il 2021 ma con una attenzione particolare a nuovi possibili rischi, come un No-Deal-Brexit che iniziano a farsi nuovamente strada”, aggiunge De Martinis.

Metodologia:

La quarta edizione dello studio Coface sui comportamenti di pagamento delle imprese in Germania è stata condotta tra luglio e inizio agosto 2020 con la partecipazione di 753 imprese tedesche provenienti dai principali settori economici del paese2.

2 Costruzioni, trasporti, TIC, prodotti farmaceutici, chimica, distribuzione al dettaglio e all’ingrosso, imballaggi, produzione di carta, agroalimentare, legno, metalli, meccanica, tessile-abbigliamento, auto

Lo studio completo è disponibile qui: https://www.coface.it/News-Pubblicazioni/Tutte-le-pubblicazioni-di-Coface-Coface

Le imprese spagnole e italiane sono pronte allo shock del COVID-19?

Sebbene il 2° trimestre dovrebbe essere il più impegnativo del 2020, molti elementi fanno presagire che la strada verso la ripresa sarà lunga e ardua. Malgrado dilazioni di imposta o garanzie di liquidità, è probabile che numerose imprese saranno in difficoltà

Secondo le previsioni Coface, Spagna e Italia saranno tra le economie più duramente colpite dal COVID-19, con una contrazione rispettivamente del 12,8% e del 13,6% nel 2020. Le insolvenze d’impresa dovrebbero aumentare del 22% in Spagna e del 37% in Italia entro il 2021, rispetto ai livelli del 2019. Per il 2021, Coface prevede che il PIL spagnolo e italiano aumenteranno del 10,2% e dell’8,9%, lasciando le economie rispettivamente al 3,9% e al 5,9% al di sotto dei livelli del 2019.

Prevalenza più elevata di imprese vulnerabili in Italia, con il timore di imprese zombi

Per valutare l’impatto potenziale di questa contrazione del PIL sui bilanci delle imprese, Coface ha effettuato delle simulazioni sull’evoluzione della loro solvibilità, basandosi sui dati delle banche centrali spagnole ed italiane che tengono conto delle differenze tra settori e della dimensione delle imprese.
Benché i tassi di interesse siano estremamente bassi, l’eccessivo indebitamento delle imprese è associato a investimenti privati ridotti. Di conseguenza, la crisi del COVID-19 potrebbe esercitare una pressione al ribasso prolungata sul potenziale di crescita di un Paese, accelerando la «giapponesizzazione» della zona euro.

In quest’ottica, è opportuno esaminare più da vicino i bilanci delle imprese spagnole e italiane. L’analisi della ripartizione del debito e della liquidità delle imprese del sud Europa dovrebbe aiutare a identificare gli aspetti di vulnerabilità.

La situazione finanziaria attuale delle imprese in Spagna e in Italia è migliore rispetto alla crisi finanziaria globale del 2009. Da allora, le imprese spagnole sono riuscite a ridurre considerevolmente l’indebitamento di 20 punti, raggiungendo il 37% degli attivi nel terzo trimestre 2019. Anche le imprese italiane hanno ottimizzato la loro situazione finanziaria dopo il picco del 59% registrato nel quarto trimestre 2011, ma a un livello inferiore. Con un tasso di indebitamento del 50%, oggi sono le più indebitate tra quelle delle grandi economie europee.
Il crescente disallineamento tra finanziamenti e investimenti può essere indicativo di una forte prevalenza di imprese zombi in Italia, imprese fortemente indebitate che non saranno in grado di porre le basi per la crescita futura.

I settori a rischio: auto, costruzioni e vendita al dettaglio

Coface prevede che la vulnerabilità delle imprese differirà in base al settore e alla dimensione, non solo in termini di intensità degli shock, ma anche in ragione della fragilità dei bilanci pre-COVID-19.
Anche i grandi produttori di auto potrebbero dover incontrare alcune difficoltà a causa della loro abitudine di tenere poca liquidità: a fine 2018, le riserve di liquidità in percentuale del fatturato ammontavano solo al 2,7% in Italia e allo 0,5% in Spagna.

Quanto ai settori del commercio al dettaglio e delle costruzioni, con un forte effetto leva e tassi bassi di copertura degli interessi previsti, sembrano particolarmente vulnerabili, così come i piccoli produttori tessili italiani.
In generale, Coface osserva una prevalenza più elevata di imprese potenzialmente in difficoltà in Italia. Nella maggior parte dei casi, ciò si spiega con una minore liquidità, minore redditività e adeguamenti di costo più lenti. In tale contesto, numerose imprese sopravvivrebbero solo a costo di un indebitamento sensibilmente più elevato.
“Le previsioni Coface sulla tenuta delle imprese spagnole ed italiane ci confermano che, anche per il prosieguo del 2020, la strada per la ripresa sembra ancora difficile”, sottolinea Ernesto De Martinis, CEO di Coface in Italia e Head of Strategy Regione Mediterraneo & Africa. “In particolare, a colpire è soprattutto il forte rischio di aumento di imprese zombi – con le conseguenti difficoltà a ripartire – e le vulnerabilità di settori-chiave come quello automotive o retail, che avranno significativi impatti anche su tutte le filiere collegate. Una situazione che resta, quindi, delicata, nella quale sarà importante monitorare attentamente i trend, cercando di intervenire in maniera mirata e tempestiva”, aggiunge De Martinis.

Insolvenze d’impresa in Europa: le modifiche alle procedure legali posticipano temporaneamente i termini di scadenza

Le conseguenze economiche della pandemia da Covid-19 sono di un’ampiezza senza precedenti in Europa. Il duplice shock di offerta e domanda ha portato all’interruzione – almeno parziale – della produzione di numerose imprese dovuta all’impossibilità per una parte di dipendenti di recarsi sul posto di lavoro e a causa di un crollo dei consumi a seguito del confinamento. Il calo dei fatturati ha colpito la liquidità delle imprese e favorito l’aumento dei ritardi di pagamento e delle insolvenze.
In questo contesto, il numero di insolvenze d’impresa in Francia durante il confinamento sembra essere precipitato: ad aprile è crollato del 72% su base. Secondo Coface, il crollo del numero di insolvenze, imputabile ai cambiamenti regolamentari, è temporaneo e dovrebbe essere seguito da una forte ripresa a più fasi.

 

Numerosi Paesi europei hanno temporaneamente modificato il quadro giuridico delle procedure di insolvenza per far fronte alla crisi
Nella maggior parte dei Paesi europei, il titolare d’impresa è tenuto a dichiarare un mancato pagamento entro i termini stabiliti, evitando di essere ritenuto responsabile; in seguito l’autorità competente avvia una procedura di insolvenza. Al fine di preservare il tessuto economico, e, allo stesso tempo, la capacità di ripresa delle economie una volta che la pandemia sarà sotto controllo, la maggior parte dei governi europei ha condotto due azioni importanti: l’implementazione delle misure a sostegno della liquidità delle imprese – come le proroghe (o cancellazioni) dei contributi previdenziali e fiscali, o garanzie statali su prestiti concessi da banche – e la modifica temporanea del quadro giuridico che regola le procedure di insolvenza.
Il governo tedesco ha proposto la sospensione fino al 30 settembre dell’obbligo per i titolari d’impresa di aprire una procedura di fallimento nelle tre settimane successive alla scoperta dell’insolvenza o sovra-indebitamento. Tale misura potrà essere estesa fino al 31 marzo 2021 con un decreto del Ministero della Giustizia. La Spagna ha sospeso questo obbligo fino al 31 dicembre (inizialmente posticipato di due mesi dopo la cessazione dei pagamenti). In Italia, solo la Procura è autorizzata ad aprire una procedura di insolvenza, fino al 30 giugno.

In Francia, fino al 24 agosto, il titolare d’impresa non è più tenuto ad avviare una procedura di insolvenza nei 45 giorni seguenti il verificarsi del mancato pagamento, in caso contrario sarà ritenuto responsabile per dichiarazione tardiva del fallimento. Fino a questa data, l’esistenza o l’assenza della sospensione dei pagamenti sarà valutata sulla base della situazione dell’impresa al 12 marzo. Nel Regno Unito, in occasione dell’entrata in vigore del progetto di legge sulle insolvenze, presentato il 20 maggio scorso, nessuna procedura di fallimento potrà essere avviata dai creditori. Se le misure di questo disegno di legge entrassero in vigore a giugno, scadrebbero a luglio.
In Europa, i Paesi Bassi, fanno eccezione: il governo non ha messo in atto nessuna misura di urgenza per le insolvenze dall’inizio della pandemia.
Data l’ampiezza dello shock economico e della natura temporanea di queste misure, queste non impediranno un forte aumento delle insolvenze una volta arrivate a scadenza.

Verso un aumento differenziato e ritardato delle insolvenze in Europa malgrado questi cambiamenti normativi
Secondo il modello di previsione Coface, il numero di insolvenze dovrebbe subire un forte incremento ovunque in Europa nel secondo semestre 2020 e nel 2021. Il Paese meno penalizzato è la Germania, che registra comunque un aumento dei fallimenti del 12% tra fine 2019 e fine 2021. Francia (+21%) e Spagna (+22%) saranno i più colpiti dalla crisi. Tuttavia, l’aumento più forte del numero di insolvenze dovrebbe avere luogo nei Paesi Bassi (+36%), nel Regno Unito (+37%) e in Italia (+37%).
Sebbene l’aumento delle insolvenze sia globalmente in linea con le previsioni di crescita dell’attività, si evidenziano alcune divergenze. I Paesi Bassi e la Germania dovrebbero essere i Paesi meno colpiti, con un PIL nel 2021 inferiore al 2% in meno rispetto al 2019. Francia e Spagna registreranno PIL inferiori al 3% e al 4%. Mentre i PIL del Regno Unito e dell’Italia saranno probabilmente inferiori rispettivamente del 5% e del 6% rispetto allo scorso anno.
In alcuni casi, queste discrepanze si spiegano con la mancanza di ricorso a modifiche temporanee delle procedure di insolvenza (come nei Paesi Bassi). Il livello delle insolvenze in periodi di contrazione dell’attività è legata anche al costo della procedura (più basso nel Regno Unito e nei Paesi Bassi).
“Le prospettive di aumento delle insolvenze di impresa in Europa nei prossimi mesi sono solo le ultime evidenze, in ordine cronologico, del generale dissesto macro-economico che stiamo vivendo in questo 2020”, sottolinea Ernesto De Martinis, CEO di Coface in Italia e Head of Strategy Regione Mediterraneo & Africa. “In questo quadro – dove i cambiamenti legislativi apportati dai vari Stati europei alle procedure di insolvenza non sembrano aver prodotto un impatto significativo – sarà interessante notare anche il comportamento delle economie nazionali nel fronteggiare la ripresa, e le diverse reazioni che si scateneranno per recuperare terreno, nonostante le previsioni di inevitabile flessione diffusa”, aggiunge De Martinis.

Studio Coface sulle imprese in Cina: i ritardi di pagamento aumenteranno ulteriormente a causa del COVID-19

In Cina, in un contesto di attività economica debole a causa della crisi sanitaria, l’ultimo studio Coface sul comportamento di pagamento delle imprese cinesi evidenzia un forte deterioramento dei pagamenti

Il 66% delle imprese intervistate ha dichiarato ritardi di pagamento nel 2019. Nel 2019, la durata dei tempi di pagamento è rimasta stabile a 86 giorni. Tuttavia, i settori maggiormente colpiti dalle misure di confinamento dovranno posticipare i pagamenti per poter sopravvivere nel 2020 e di conseguenza il numero delle insolvenze d’impresa è destinato ad aumentare.

Ritardi di pagamento: le imprese cinesi si preparano a un 2020 molto più difficile, poiché in alcuni settori si accumulano i rischi di liquidità.

La crescita in Cina crollerà all’1,0%, il livello più basso da 30 anni. Tenuto conto della correlazione storica tra attività economica e ritardi di pagamento, si prevede un aumento dei ritardi nel 2020.
Mentre i tempi di pagamento medi sono rimasti stabili a 86 giorni nel 2019, la percentuale di rispondenti che offrono termini medi superiori a 120 giorni è quasi raddoppiata in due anni, passando dal 12% nel 2017 al 23% nel 2019. In pratica, il 50% delle imprese intervistate ha offerto termini di pagamento superiori a 120 giorni.

In Cina, anche i ritardi di pagamento hanno subito un peggioramento nel 2019: la percentuale di imprese che ha registrato ritardi di pagamento superiori a 120 giorni ha raggiunto infatti il 37% nel 2019, ovvero 6 punti in più rispetto al 2018. Inoltre, più di un quarto delle imprese (27%) ha dichiarato ritardi di pagamento prolungati (oltre i 180 giorni) il cui ammontare supera il 10% del loro fatturato annuo. Quando questi volumi incidono in misura rilevante sul fatturato annuo, la liquidità di un’impresa può essere a rischio, aspetto preoccupante in caso di shock esogeni come nel caso del COVID-19.

Settori con il più alto rischio di insolvenza: costruzioni, trasporti, energia, automotive e TIC
Si prevede un incremento di default delle obbligazioni delle imprese e di insolvenze nei settori che hanno assistito ad un accumulo dei rischi di liquidità nel 2019. I settori in cui è più elevata la percentuale di ritardi prolungati (il cui ammontare supera il 10% del loro fatturato annuo) sono le costruzioni (30%), i trasporti (30%), l’energia (29%) e l’auto (28%). In seguito ai problemi causati dalla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, il settore delle TIC – tecnologie della comunicazione e dell’informazione – ha registrato l’incremento più forte dei tempi di pagamento (+12 giorni) raggiungendo i 102 giorni. Tutti i settori sono esposti a questi rischi, ma quelli entrati nella crisi in posizione di forza, con una liquidità sufficiente, hanno maggiori possibilità di restare in attività.

In effetti, le imprese potrebbero trovarsi in una posizione più debole rispetto all’anno scorso per resistere all’impatto dello shock del COVID-19: il 40% ha dichiarato di non essersi servito di strumenti di gestione del credito per limitare i rischi di liquidità nel 2019, mentre soltanto il 17% ha fatto ricorso all’assicurazione del credito.

Nota: lo studio 2020 di Coface sui pagamenti delle imprese ha interessato oltre 1.000 imprese in Cina; i dati sono stati compilati nel quarto trimestre 2019, pertanto i numeri non tengono conto dell’impatto dell’epidemia da COVID-19 sull’economia cinese.

Commercio internazionale: le filiere mondiali hanno ancora un futuro brillante

L’inizio del 2020 è stato segnato da un’improvvisa interruzione del commercio mondiale, frenato dalla recessione globale e all’impennata dell’incertezza.

Quest’anno la recessione dovrebbe coincidere con un forte calo del commercio mondiale internazionale, tanto più che in tempi di crisi tende a diminuire più del PIL. Ma l’impatto di questa reazione sproporzionata è difficile da misurare. L’Organizzazione mondiale del commercio (OMC) prevede una diminuzione del commerciale globale dal 13% al 32%. Una stima che indica che tutte le regioni dovrebbero subire un calo a due cifre del volume degli scambi. Secondo il modello di previsione Coface, che si basa su alcuni indicatori tra cui il prezzo del petrolio, la fiducia delle imprese americane, le esportazioni coreane o ancora un indice di costo del trasporto marittimo, il commercio mondiale dovrebbe diminuire del 7% nel terzo trimestre 2020, rispetto all’anno precedente.

Tuttavia, la situazione potrebbe essere peggiore poiché la consueta correlazione misurata attraverso modelli lineari non funziona necessariamente in tempi di crisi. Nei periodi di congiuntura economica negativa, il forte aumento dell’incertezza è una delle ragioni che spiega la reazione sproporzionata del commercio rispetto al PIL. Oggi, infatti, è ai massimi storici.

Un nuovo protezionismo che mira all’approvvigionamento in derrate alimentari e prodotti sanitari vitali pesa sul commercio mondiale

Il protezionismo è un altro fattore aggravante. Dall’inizio della crisi sanitaria, il protezionismo commerciale sembra essersi, finora, concentrato sul garantire una fornitura di prodotti alimentari e prodotti medici essenziali da parte dei Paesi. Lo scorso 22 aprile, il 56% delle misure commerciali (193) adottate dal Global Trade Alert erano correlate all’obiettivo sopramenzionato. La maggior parte di queste misure (110) riguardava il divieto di importazione di mascherine e altri dispositivi di protezione, respiratori e prodotti chimici necessari alla produzione di diversi farmaci.

In questo periodo, gli importatori agevolano l’entrata di prodotti medici, mentre gli esportatori rendono più difficile la loro esportazione. In questo contesto, il caso della Cina è particolare. Le esportazioni di prodotti sanitari cinesi sono diminuite del 15% a febbraio 2020 – in piena crisi sanitaria locale. Con una quota di mercato dominante del 55,3% delle esportazioni mondiali di mascherine, la cooperazione della Cina è stata tuttavia essenziale per approvvigionare il mondo. La produzione giornaliera cinese è passata a 116 milioni di mascherine, vale a dire 12 volte la quantità che produceva prima dell’epidemia.

Questa crisi ha portato anche ad un aumento del protezionismo nel settore agroalimentare. Le ondate di acquisti compulsivi innescate dalle prospettive del lockdown non si sono limitate alle famiglie. Alcuni Paesi particolarmente vulnerabili hanno cercato di creare riserve di cereali allo scopo di garantire continuità all’approvvigionamento alimentare nazionale. Oggi, un terzo della fornitura di grano del mercato è soggetta a misure restrittive prudenti da parte dei principali esportatori, in primis la Russia. In questa fase, i divieti di esportazione hanno portato soprattutto a uno spostamento della domanda verso i Paesi europei, come la Francia, così come a una carenza di offerta.

Oltre al grano, il riso è un altro prodotto di base fortemente ricercato in questo periodo singolare. In India, principale esportatore di riso, le misure di confinamento hanno interrotto le filiere di approvvigionamento nazionali, ridotto la disponibilità di manodopera e reso difficile l’accesso ai porti di esportazione, le spedizioni infatti non possono più essere garantite. La Thailandia, principale concorrente del mercato indiano, dispone di ampie riserve di riso, ma le sue esportazioni sono ostacolate dalle misure di confinamento adottate dalla Cambogia, i cui effetti privano la filiera dei lavoratori stagionali di cui necessita. Di conseguenza, il prezzo del riso ha raggiunto a fine marzo il livello più alto da 7 anni.

L’unica buona notizia è che i controlli alle frontiere durante il periodo di lockdown hanno avuto un impatto limitato sul commercio e sono state progressivamente allentate in Europa, al fine di rilanciare l’industria del turismo, e di limitare la carenza di manodopera, in particolare nel settore agricolo.

Proteggere le imprese dagli shock di approvvigionamento esteri è una missione impossibile

Nel lungo termine, le richieste di rilocalizzazione delle fasi di produzione all’interno dello stesso Paese costituiscono un ulteriore rischio per il commercio mondiale. Fin dall’inizio della crisi in Cina, le imprese del mondo intero hanno realizzato quanto dipendessero da questo Paese nelle loro filiere e ora cercano di aumentare la resilienza delle proprie catene di approvvigionamento agli shock esteri dell’offerta. Sono emerse due opzioni possibili: rilocalizzazione completa della produzione sul mercato interno e strategia di diversificazione dei fornitori.

Nel contesto attuale, immaginare una rilocalizzazione completa dei processi produttivi a livello nazionale o regionale evidenzia i problemi legati all’aumento dei costi di produzione e alla mancanza di competenze nazionali. E anche se questi problemi fossero presi in considerazione, un nuovo processo di produzione a livello domestico dipenderebbe comunque dall’approvvigionamento di materie prime, che non può essere trasferito.

La resilienza delle filiere di approvvigionamento dipenderà anche dalla riduzione della dipendenza da un Paese specifico diversificando i fornitori. Oggi infatti, sembra possibile trovare alternative al più importante Paese fornitore del mondo, vale a dire la Cina, per molti settori. Tuttavia, i principali produttori di un settore sono fortemente collegati tra loro, quindi la dipendenza dalla Cina non scomparirà del tutto, anche se l’offerta di fattori produttivi dagli altri principali hub del settore è maggiormente diversificata.

Le filiere mondiali hanno ancora quindi un futuro brillante.

“Questi primi mesi 2020 hanno completamente ridisegnato l’andamento ed i trend del commercio mondiale, esponendolo ad una serie di forti fattori di rischio”, sottolinea Ernesto De Martinis, CEO di Coface in Italia e Head of Strategy Regione Mediterraneo & Africa. “Tuttavia, anche in questo periodo così difficile, è comunque possibile intravedere degli spiragli positivi, per alcuni comparti in particolar modo. Seppure presenti, infatti, dobbiamo ricordare che le misure di controllo dei confini hanno avuto un impatto limitato sulla circolazione delle merci, ed il loro possibile prossimo allentamento in Europa potrebbe ridare apertura sia al turismo sia al settore agricolo, permettendo lo spostamento dei lavoratori del settore. Allo stesso tempo, anche la consapevolezza di dover cercare alternative per ridurre le dipendenze di commercio estero dalla Cina potrebbe dare un impulso positivo alle economie globali, creando nuove rotte e interconnessioni”, aggiunge De Martinis

Barometro Coface 1° trimestre 2020 COVID-19: verso un’inaspettata ondata globale delle insolvenze

Inizialmente, l’epidemia di COVID-19 in Cina aveva colpito un numero contenuto di filiere, ma poi si è trasformata in pandemia mondiale le cui ripercussioni hanno generato un doppio shock di offerta e domanda, colpendo un ampio numero di settori di attività in tutto il mondo. L’unicità di questa emergenza rende superfluo il confronto con quelle precedenti, poiché tutte di natura finanziaria (crisi mondiale del credito del 2008-2009, la grande depressione del 1929). La questione non è più sapere quali saranno i Paesi e i settori di attività colpiti da questo shock ma piuttosto quali (pochissimi) verranno risparmiati.
Lo shock potrebbe essere ancora più duro nelle economie emergenti: oltre alla gestione della pandemia che si annuncia più difficile, devono far fronte anche al crollo dei prezzi del petrolio, così come ai deflussi di capitali quadruplicati rispetto al livello del 2008.
In questo contesto, Coface prevede nel 2020 la prima recessione dell’economia mondiale dal 2009: -1,3% (contro +2,5% nel 2019), una recessione che colpirà 68 Paesi (contro gli 11 del 2019), un calo del commercio mondiale del 4,3% in volume (contro -0,4% nel 2019) e un incremento del 25% delle insolvenze d’impresa nel mondo (contro +2% previsto lo scorso gennaio).

L’aumento più forte delle insolvenze d’impresa dal 2009: +25% atteso nel 2020
Il rischio di credito delle imprese sarà in forte aumento, anche nello scenario “più ottimistico”, ovvero in cui l’attività economica ripartirà gradualmente nel 3° trimestre e non si verificherà una nuova ondata di epidemia di coronavirus nella seconda metà del 2020.
Questo trend dei fallimenti interesserà gli Stati Uniti (+39%) e tutte le principali economie dell’Europa occidentale (+18%): Germania (+11%), Francia (+15%), Regno Unito (+33%), Italia (+18%) e Spagna (+22%). Lo shock potrebbe diventare ancora più grave nelle economie emergenti: oltre a una gestione più difficile della pandemia, devono affrontare anche il crollo dei prezzi del petrolio e le fughe di capitali quadruplicati rispetto al livello del 2008.

Calo del volume degli scambi commerciali per il 2° anno consecutivo e possibile cambiamento della struttura degli scambi di beni tra Paesi
I rischi che pesano sulla previsione di un crollo del commercio mondiale del 4,3% in volume nel 2020 sono al ribasso, poiché i numerosi annunci di chiusura delle frontiere non sono stati presi in considerazione nel modello di previsione Coface (il modello si basa sui prezzi del petrolio, i costi del trasporto marittimo, la fiducia delle imprese manifatturiere negli Stati Uniti e le esportazioni coreane, quali variabili esplicative).
Nel lungo periodo, la crisi di COVID-19 potrebbe anche avere conseguenze sulla struttura delle filiere mondiali. Infatti, al momento la principale fonte di vulnerabilità delle imprese è la loro forte dipendenza da un numero ridotto di fornitori situati in pochi paesi o addirittura uno solo. Aumentare il loro numero per anticipare le possibili interruzioni nella catena di approvvigionamento sarà quindi la priorità delle imprese.

Colpita la maggior parte dei settori, sebbene alcuni vengano risparmiati
Per le imprese, le improvvise misure di isolamento per contenere l’espansone di COVID-19, adottate dai governi di oltre 40 Paesi che rappresentano più della metà della popolazione mondiale, hanno avuto conseguenze immediate.
Tali misure hanno determinato uno shock dell’offerta mai osservato nelle precedenti grandi crisi. Lo shock iniziale infatti, non è dovuto a una crisi finanziaria ma riguarda l’economia reale, in cui le persone non possono recarsi presso il luogo di lavoro e dove le imprese subiscono interruzioni nella fornitura di beni intermedi.
Turismo, hôtellerie, ristorazione, tempo libero e trasporti sono duramente colpiti; lo stesso vale per quasi tutti i segmenti della distribuzione specializzata e per la maggior parte delle filiere manifatturiere (ad eccezione dell’industria agroalimentare); altri settori di servizi invece, sono molto meno colpiti: telecomunicazioni, acqua e servizi igienico-sanitari.
Allo shock dell’offerta si aggiunge quello della domanda. Numerosi consumatori hanno annullato o rinviato le spese per il consumo di beni e servizi. A questo si aggiunge il fattore aggravante dell’isolamento che indebolisce la fiducia delle famiglie.
I beni di consumo durevoli, come l’auto, dovrebbero essere tra quelli maggiormente penalizzati da questa emergenza. Anche altre spese, come tessili e abbigliamento o l’elettronica, saranno probabilmente ridotte a quasi zero.
Dall’altra parte, i consumi di prodotti agroalimentari e farmaceutici dovrebbero beneficiare di questa situazione “eccezionale”.

Le conseguenze politiche della pandemia
Nel breve periodo, la conseguenza più evidente della pandemia è il peggioramento delle tensioni geopolitiche già esistenti. Non è da escludere il rischio di una nuova ondata di misure protezioniste, rivolte in particolare ai settori chiave nel quadro del nuovo ordine economico e sanitario (limitazione delle esportazioni di prodotti agroalimentari e/o farmaceutici ritenuti vitali). Anche il proseguimento della «guerra commerciale» tra Cina e Stati Uniti che interessa le filiere strategiche, in particolare l’elettronica, resta una possibilità, a maggior ragione tenendo conto della campagna presidenziale negli Stati Uniti e di un possibile aumento delle proteste sociali in uno di questi due paesi.
“Economia reale quasi ferma, ciclo della domanda e dell’offerta completamente rivoluzionato, consumi drasticamente calati: il contesto congiunturale che stiamo vivendo in queste ultime settimane rappresenta, di certo, un momento particolarmente delicato, con effetti sensibili”, sottolinea Ernesto De Martinis, CEO di Coface in Italia e Head of Strategy Regione Mediterraneo & Africa. “In particolare, saranno rilevanti alcuni principali impatti, come la crescita delle insolvenze d’impresa – che non risparmierà nemmeno l’economia italiana – il manifestarsi della prima recessione globale dal 2009 e l’acuirsi delle tensioni politiche internazionali, anche alla luce delle nuove priorità che l’emergenza sanitaria in atto sta ridisegnando”, aggiunge De Martinis.

Coface: la fotografia sui pagamenti delle imprese turche

Studio 2019 sui pagamenti in Turchia: migliora la fotografia dei ritardi ma le imprese sono ancora caute sulle prospettive economiche.
Dopo la recessione del secondo semestre 2018, il settore privato resta cauto

Il peggioramento della liquidità delle imprese turche ha subito un rallentamento, infatti sono sempre meno le imprese che risentono di problemi di pagamento nel Paese. Nel 2019, il ritardo medio di pagamento concesso dalle imprese turche ai propri clienti, ha raggiunto circa gli 85 giorni sul mercato domestico e 69 giorni sui mercati d’esportazione (contro i 108 giorni nel 2017).
A livello internazionale i ritardi di pagamento restano lunghi. Le imprese stanno gradualmente modificando i termini di fatturazione ai clienti. In Turchia, solo il 40% delle imprese richiede ai propri clienti all’esportazione che i pagamenti siano effettuati entro 60 giorni. Un ratio basso che nel mercato interno ha raggiunto il 33%.
La mancanza di liquidità dei clienti nazionali e la concorrenza sui mercati d’esportazione sono tra i principali fattori chiave che spingono le imprese a vendere a termine. Malgrado un recente miglioramento, il credito rimane un problema per le imprese turche.

Quanto alle previsioni future sull’esperienza di pagamento, le imprese sembrano avere un punto di vista prudente. Il 46% delle imprese intervistate si aspetta un prolungamento dei ritardi di pagamento sul mercato domestico nel 2020, mentre il 45% prospetta ritardi più lunghi sul mercato all’esportazione. Questi ratio sono comunque molto vicini per coloro che prevedono una situazione stabile dei ritardi di pagamento sul mercato interno (45 %) e all’esportazione (44 %).

Le imprese restano caute sulle prospettive economiche, soprattutto nei settori della carta, della farmaceutica, dei metalli e delle costruzioni

Negli ultimi due anni, i ritardi di pagamento delle imprese turche sono diminuiti: in media 41 giorni sul mercato domestico e 58 giorni per le vendite all’ esportazione. Nel caso in cui non si riescono ad incassare i crediti sul mercato interno, il 40% delle imprese copre la perdita con risorse proprie mentre il 28% si orienta verso prestiti bancari. Più di un terzo delle imprese (37%) chiede ai propri clienti un acconto. Per le imprese turche, il ricorso all’ assicurazione dei crediti non è un processo automatico, malgrado la sua importanza sia ben conosciuta dalla maggioranza (62%). Solamente il 26% utilizza la copertura crediti come prevenzione del mancato pagamento da parte dei propri clienti.
Malgrado la recente ripresa dell’attività economica, numerose imprese (44%) prevedono un nuovo peggioramento delle condizioni economiche nel 2020. La carta, i prodotti farmaceutici, i metalli e le costruzioni sono tra i settori più colpiti. Le condizioni più difficili di accesso ai finanziamenti e la riduzione della domanda interna sono tra i fattori che pesano sulla capacità di pagamento delle imprese. Nonostante queste sfide, la volontà di nuovi investimenti nel 2020 rimane elevata per alcuni settori come l’industria farmaceutica e agroalimentare. Quanto alle esportazioni, le imprese del settore automobilistico sembrano relativamente più caute, con circa il 20% che dichiara un calo delle aspettative sulle entrate all’esportazione per il 2020, superiore alla media dello studio del 9%.

“Ancora una volta, la Turchia prospetta una situazione complessa ma, allo stesso tempo, molto interessante”, sottolinea Ernesto De Martinis, CEO di Coface in Italia e Head of Strategy Regione Mediterraneo & Africa. “Al miglioramento dei ritardi di pagamento domestici si contrappongono, infatti, termini di pagamento prolungati nell’ambito internazionale, con conseguenti problemi di liquidità. Mentre ci si attende una certa stabilità nei ritardi di pagamento, inoltre, le imprese dimostrano allo stesso tempo scarsa positività sul contesto macro-economico dei prossimi mesi – sia a livello interno sia a livello di commercio estero – con pochi settori che potrebbero emergere grazie a nuovi, possibili investimenti, come l’agro-alimentare ed il farmaceutico.” conclude De Martinis.

Insolvenze d’impresa nei paesi dell’Europa centrale e orientale

L’Europa centrale e orientale ha registrato una crescita senza precedenti nell’Unione Europea. Si prevede tuttavia un rallentamento per i prossimi anni

Negli ultimi anni, la regione dell’Europa centrale e orientale ha assistito a un miglioramento dell’attività economica. Nel 2017 e nel 2018, la crescita del PIL nella regione è aumentata rispettivamente al 4,6% e al 4,3%, i tassi più elevati dal 2008.
L’accelerazione dell’economia dei Paesi della regione è dovuta all’aumento della domanda interna, in particolare alla riduzione significativa della disoccupazione a beneficio delle famiglie. Allo stesso tempo, anche le famiglie hanno beneficiato di una forte crescita salariale, con un impatto diretto sui consumi. Oltre ai consumi delle famiglie, la crescita è stata sostenuta anche da un incremento degli investimenti pubblici e privati.
Il contesto macroeconomico favorevole sopra citato ha avuto effetti positivi sulla solvibilità delle imprese della regione. La media ponderata del PIL delle insolvenze è diminuita del 4,2% nel 2018, contrariamente agli aumenti registrati un anno prima.

Condizioni economiche globali sfavorevoli, in particolare in Europa, che avranno un impatto sui fallimenti delle imprese
Malgrado questi sviluppi positivi, le imprese della regione hanno conosciuto alcune difficoltà. Il tasso basso di disoccupazione ha generato una carenza di manodopera, divenuta l’ostacolo principale per le imprese, sia nelle attività quotidiane che nella loro potenziale espansione.
I vincoli legati all’offerta – in particolare mancanza di manodopera, tasso elevato di utilizzo delle capacità, aumento dei costi dei fattori produttivi e impatto del rallentamento esterno (diretto e indiretto) – preoccupano le imprese attive nella regione. Si prevede che i consumi delle famiglie rimangano il motore principale di crescita, sebbene la scarsa accelerazione degli investimenti in capitale e il calo delle esportazioni freneranno la crescita del PIL.
Il rallentamento della zona euro, l’inasprimento della guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina e il processo poco chiaro dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea preoccupano gli esportatori a causa dell’impatto potenziale sulle loro attività ed economie. La diminuzione della crescita prevista nella regione dell’Europa centrale e orientale sarà causata principalmente dagli effetti, diretti e indiretti, del rallentamento della domanda esterna. La crescita media dei Paesi della regione dovrebbe raggiungere il 3,6% nel 2019 e il 3,2% nel 2020.
Poiché le economie dell’Europa centrale e orientale sono per la maggior parte aperte molto verso i mercati esterni, l’indebolimento della domanda esterna si manifesterà non solo con dinamiche economiche di crescita meno favorevoli, ma sarà evidente anche nei dati statistici sui fallimenti delle imprese. A questo proposito, i settori fortemente esposti ai mercati esteri ne risentiranno, come l’industria automobilistica e quelle che forniscono parti e componenti, soprattutto i settori della chimica e dei metalli.
“La dinamica economica dei Paesi dell’Europa centrale ed orientale si rivela estremamente interessante, in un contesto globale dominato da incertezza e difficoltà”, ha sottolineato Ernesto De Martinis, CEO di Coface in Italia e Head of Partnership Regione Mediterraneo & Africa. “La crescita positiva della regione – senza pari nel resto d’Europa – resta un fattore determinante, sebbene sarà importante osservare come le prime avversità provocate dal contesto globale si ripercuoteranno sull’industria ed il commercio estero di questi Paesi, attività – quest’ultima – tradizionalmente di vocazione dell’area”, ha concluso De Martinis.

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